SCOMODO Podcast
Analisi psicologiche irriverenti, provocazioni e riflessioni taglienti per chi non si accontenta delle risposte facili.
Quella di oggi è una newsletter un po’ diversa dal solito. Non perché cambi tema ma perché questa volta voglio raccontarvi un progetto che per me non è solo “un nuovo contenuto”, ma un processo in corso.
Da qualche mese sto portando avanti un podcast insieme ad Arianna Cantiano e Stefano Lalle. Siamo tutti e tre psicologi, con sensibilità diverse ma una curiosità in comune: quella per ciò che non torna, per le frizioni del nostro mondo interno, per le zone meno rassicuranti della psicologia.
In passato avevamo già organizzato alcuni webinar. Erano stati momenti intensi, partecipati. Ma ci siamo accorti che quella formula ci stava stretta: volevamo uno spazio più continuo, meno legato alla performance e più alla riflessione. Così è nato il podcast.
Non volevamo creare l’ennesimo podcast psicologico che ripete formule rassicuranti su temi già masticati mille volte. La divulgazione, quando diventa automatica, rischia di trasformarsi in rumore di fondo: concetti giusti, parole corrette, ma nessuna frizione reale.
Quello che ci interessa è un altro tipo di spazio. Uno in cui i ragionamenti non seguano l’algoritmo del consenso, ma si permettano deviazioni. Dove possiamo prendere idee che tutti pensano in silenzio — e che spesso lasciamo “frollare” in fondo alla mente — e portarle alla luce, anche quando sono scomode, ambigue, poco instagrammabili.
Non per provocare a caso. Ma per restare onesti.
La prima puntata si intitola Le illusioni che chiamiamo equilibrio ed è già disponibile su Spotify. In quell’episodio mettiamo in discussione una parola che usiamo di continuo e che suona sempre positiva. Ma equilibrio rispetto a cosa? E soprattutto: quante volte ciò che chiamiamo equilibrio è in realtà immobilità ben organizzata? Una tregua che scambiamo per maturità? Un adattamento che ha il sapore della rinuncia?
Questo è il tipo di conversazione che vogliamo aprire. Non risposte definitive, ma domande che restano addosso.
Pubblicheremo un nuovo episodio ogni giovedì. E, quando possibile, vi invitiamo a partecipare alle live: per noi non è un dettaglio. La parte interessante non è solo ciò che diciamo noi tre, ma quello che accade quando qualcuno porta un’obiezione, un’esperienza, un punto di vista che incrina il discorso. È lì che la riflessione smette di essere teoria e diventa qualcosa di vivo.
La prossima puntata si intitolerà Sei sicuro di essere tu a scegliere?
È una domanda semplice solo in apparenza. Perché appena la si prende sul serio, comincia a trivellare le coscienze.
Tendiamo a considerarci individui autonomi, razionali, padroni delle nostre decisioni. Scegliamo cosa studiare, chi amare, cosa votare, come vestirci, che idea avere di noi stessi. Eppure, se rallentiamo un momento, emergono crepe interessanti: quante di queste scelte nascono davvero da un processo consapevole? E quante, invece, sono il risultato di pressioni più sottili, norme sociali interiorizzate, ruoli che abbiamo imparato a interpretare, bisogni di appartenenza, paure di esclusione, automatismi che lavorano in silenzio?
L’idea che esploreremo è scomoda: potremmo essere molto meno liberi di quanto ci piace pensare. Non perché qualcuno ci controlli apertamente, ma perché spesso siamo noi stessi a perpetuare copioni che non abbiamo scritto.
Avevo già toccato il tema in un mio precedente articolo sul libero arbitrio (se vi va, potete recuperarlo qui).
Nel podcast faremo un passo ulteriore. Scenderemo dal piano teorico a quello sociale, dove la questione diventa ancora più concreta (e, se possibile, più inquietante). Per farlo, prenderemo in esame due studi che hanno segnato in modo indelebile la storia della psicologia sociale. Esperimenti che nella loro crudezza hanno mostrato quanto sia fragile l’idea che abbiamo di noi come individui pienamente autonomi.
In questo articolo voglio raccontarvene uno, così arriverete alla puntata con qualche strumento in più per ascoltare. Il secondo lo scoprirete durante la live.
The Stanford Prison Experiment
Estate del 1971. Seminterrato del dipartimento di psicologia della Stanford University.
Non è un set cinematografico, anche se anni dopo diventerà materiale da film (basti pensare a The Stanford Prison Experiment con Forest Whitaker e Adrien Brody). È un corridoio universitario trasformato con una precisione quasi ossessiva.
A guidare lo studio è Philip Zimbardo. La domanda che vuole esplorare è concreta: cosa succede quando persone “normali” vengono immerse in un sistema di potere fortemente strutturato? Quanto il comportamento dipende dalla personalità e quanto, invece, dal ruolo assegnato?
Per evitare ambiguità, il protocollo è chiaro fin dall’inizio. Viene pubblicato un annuncio su un giornale locale: si cercano volontari maschi per uno studio sulla vita carceraria, compenso 15 dollari al giorno. Rispondono in 75. Dopo test psicologici, colloqui clinici e screening per escludere fragilità o tratti antisociali, ne vengono selezionati 24. Giovani, studenti universitari, senza precedenti penali, giudicati psicologicamente stabili.
La divisione tra “guardie” e “prigionieri” avviene in modo casuale, con il lancio di una moneta. Non c’è alcuna selezione basata sul carattere. Questo dettaglio è centrale: ciò che accadrà non può essere spiegato dicendo “erano già così”.
Il carcere viene ricreato nel seminterrato: tre celle, una porta blindata, telecamere per l’osservazione, un piccolo stanzino di isolamento (circa 60x60 cm), ribattezzato “the hole” che poteva essere utilizzato come cella di isolamento. Niente finestre, niente orologi: la percezione del tempo deve sfumare.
I prigionieri non si presentano semplicemente al laboratorio, tutto deve seguire un copione preciso per far apparire l’esperienza realistica al masismo. Vengono arrestati a casa, senza preavviso, dalla vera polizia di Palo Alto, informata e coinvolta nello studio. Sirene, manette, lettura dei diritti, trasporto in centrale, impronte digitali, foto segnaletiche. Poi bendati e trasferiti nella prigione simulata.
All’ingresso, la procedura è standardizzata: perquisizione, spoliazione, spray disinfettante (presentato come misura antipidocchi), consegna di una tunica larga con un numero identificativo cucito sul petto. Da quel momento non vengono più chiamati per nome, ma solo per numero.
Le guardie, invece, ricevono uniformi color kaki, manganelli di legno, fischietti, occhiali a specchio che hanno una funzione ben precisa: impedire il contatto visivo diretto, rendere lo sguardo impersonale. L’istruzione data loro è altrettanto chiara: mantenere l’ordine, far rispettare le regole con l’unica limitazione di evitare la violenza fisica. Per il resto, autonomia.
I turni delle guardie sono di otto ore, tre per volta. I prigionieri restano dentro 24 ore su 24.
Il primo giorno scorre relativamente tranquillo, ma già dal secondo le dinamiche si fanno scintillanti.
I comportamenti delle guardie si fanno sempre più severi e alcuni prigionieri si ribellano: barricano le celle, rifiutano il conteggio, strappano i numeri dalle uniformi. Le guardie non si fanno intimidire e prendono misure contenitive: usano estintori per sedare la rivolta, isolano i “leader” per dividere il gruppo e minare la solidarietà.
Le punizioni diventano progressivamente più umilianti: flessioni forzate, privazione del sonno, pulizie ripetitive, obbligo di usare secchi al posto del bagno. Il linguaggio cambia: insulti, ordini gridati, richieste di sottomissione.
Parallelamente, i prigionieri iniziano a mostrare segnali di adattamento psicologico. Alcuni interiorizzano il ruolo, chiedono permessi, si identificano con il numero assegnato. Altri sviluppano sintomi evidenti di stress: ansia acuta, pianto incontrollabile, disorganizzazione del pensiero. Il primo crollo emotivo avviene dopo appena 36 ore.
In soli sei giorni (lo studio sarebbe dovuto durare 2 settimane) la dinamica si intensifica al punto da rendere lo studio eticamente insostenibile. È l’intervento di Christina Maslach (all’epoca giovane ricercatrice e futura moglie di Zimbardo) a forzare una presa di coscienza: osservando le interazioni, riconosce che la linea tra simulazione e abuso è stata superata.
L’esperimento viene interrotto con una settimana di anticipo rispetto alle due previste.
La conclusione di Zimbardo è netta: in un sistema che legittima il potere e definisce rigidamente i ruoli, persone psicologicamente sane possono mettere in atto comportamenti autoritari o sottomessi che non avrebbero mostrato in altri contesti.
La domanda, a questo punto, non è più accademica.
Se bastano una divisa, un numero e una struttura gerarchica per trasformare così rapidamente il comportamento, quante delle nostre azioni quotidiane sono davvero frutto di una scelta autonoma e quante sono semplicemente la parte che abbiamo imparato a interpretare?
Se questa storia ti ha lasciato anche solo un leggero disagio, allora la conversazione non è finita qui.
Giovedì alle 21:00 entriamo nel vivo. Parleremo di conformismo, obbedienza, libertà percepita e soprattutto proveremo a capire dove, nella nostra vita quotidiana, stiamo indossando una divisa senza accorgercene.



Chiunque abbia fatto il servizio militare conosce bene questo fenomeno. Il nonnismo può essere catalogato come espressione di questa caratteristica psicologica.